Scrivania a ribalta a cinque cassetti con scansia

Giovanni Galletti (attribuito)

Torino

1775-1780
223,5 x 46 x 84 cm


Inv. 0355
N. Catalogo A306


Descrizione

Provenienza

Il mobile porta in sé un lampante segno di Pietro Piffetti, ma il sistema decorativo e l’architettura conducono a Giovanni Galletti. La citazione piffettiana, quasi letterale, è nel fastigio, versione meno sfarzosa ma fedele della sommità della scrivania-libreria del duca del Chiablese1, della quale è ripreso quasi alla lettera il ventaglio punteggiato di perline (fig. 1). È una arcata a due ali contrapposte, decorata con lobi dai quali sboccia una fogliolina, con effetto di un susseguirsi di alte onde coronate da una cresta di spuma. I lobi sono punteggiati di perline di dimensione discendente. Da notare che il numero delle perline di ogni lobo varia dal centro verso l’esterno in modo da assecondare la centinatura: prima tre, poi quattro, poi di nuovo tre per scendere infine a una. Lo schema è lo stesso in entrambi gli arredi, Chiablese e Cerruti. Sono simili il disegno della conchiglia centrale e gli elementi dell’ornato in avorio intarsiato nella gola del cornicione. Tale è l’analogia, che se la ricerca della paternità del mobile si basasse su questo solo elemento, l’attribuzione a Piffetti sarebbe automatica. Prevalgono tuttavia altre considerazioni probatorie. Innanzitutto, l’architettura del mobile, che non ha nulla di piffettiano. In secondo luogo, l’intero apparato decorativo, detratto l’elemento esaminato sopra, è proprio di Galletti. È determinante il confronto con la scrivania a ribalta conservata nella Palazzina di Caccia di Stupinigi, documentata a Galletti nel 17752. In entrambi gli arredi il sistema decorativo generale è basato su corsi di cornici mistilinee in bosso a «S» allungate congiunte da foglioline in avorio che si dispongono sul mobile in delizioso ma rigoroso capriccio (fig. 2). Nella scrivania Cerruti le «S» sono sottolineate da un filetto in avorio, disposto alternativamente all’interno e all’esterno dei tratti di cornice. 

Fig. 1. Confronto tra le sommità dell’arredo della Collezione Cerruti e del duca del Chiablese.

Inoltre i mobili presentano entrambi sul piano di ribalta un grande cespo floreale di concezione simile, nell’esemplare di Stupinigi più sofisticato grazie alla mescolanza di avorio e legni policromi ombreggiati, con bell’effetto pittorico. La scrivania Cerruti presenta quindi un elemento proprio di Piffetti in una tessitura decorativa e in una architettura di Galletti: è perciò giustificata una attribuzione a quest’ultimo. 

Come spiegare la quota piffettiana nell’arredo? Giovanni Galletti succedette a Piffetti nella carica di Ebanista di S.M. immediatamente dopo la morte di quest’ultimo, avvenuta il 20 maggio 1777. L’atto di nomina è del 30 maggio e ricalca quello del predecessore in termini di oneri, ricompense, alloggio e laboratorio. Dalla Venaria, dove era nato e aveva bottega, Galletti si spostò dunque nell’atelier che era stato di Piffetti, nel Palazzo della Regia Università. L’edificio infatti non ospitava soltanto gli studi superiori: alcuni locali erano adibiti a falegnameria e vi lavorava il minusiere Carlo Maria Ugliengo, impegnato nei molti cantieri juvarriani, che realizzava i modelli degli edifici sotto la direzione dell’architetto. Ugliengo abitava in un appartamento nell’ammezzato, proprio come Piffetti. Dunque l’edificio consacrato agli studi era destinato in parte anche a laboratorio e abitazione dei maggiori artigiani fornitori del re: un vero e proprio arsenale artistico. Nulla vieta di pensare che Galletti abbia trovato fra i lavori avviati la parte superiore del mobile, e abbia proseguito l’opera adattandola al suo stile o collegandovi una preesistente parte inferiore di sua fattura. In realtà, esiste un indizio di non perfetta corrispondenza fra scrivania e alzata: il punto di appoggio di questa si sovrappone parzialmente, nascondendone un tratto, alla cornice in bosso del coperchio, il quale peraltro sembra nato per offrirsi pienamente alla vista, tanto è sofisticato il suo rivestimento in violetto disposto ad ali di farfalla, con bel rosone centrale a corolle multiple. Lo stesso che si osserva anche sui fianchi della scrivania (ma non dell’alzata). 

Giovanni Galletti, nato alla Venaria, vi soggiornò e lavorò fino al 1777, quando, quarantaduenne, fu chiamato a succedere a Piffetti e si trasferì a Torino con la moglie e i sette figli. È probabile che alla Venaria sia stato notato da un personaggio di corte o dal re stesso e ne abbia conquistato il favore. Vittorio Amedeo III, come i suoi predecessori, aveva fatto del grande palazzo di caccia non solo un luogo di frequenti soggiorni, ma una vera e propria seconda reggia parallela a quella di Torino, e molti provvedimenti risultano dati proprio alla Venaria. In laboratorio Galletti aveva due soli collaboratori, come si ricava dal censimento delle arti del 1792. Le sue opere per la Real Casa abbracciano un arco di tempo che va dal 1771 al 1818, con una ampia parentesi di vuoto documentale corrispondente al periodo repubblicano. Gran parte di esse sono ancora da identificare. Ne sono riconoscibili nelle scritture soltanto una decina. Morì il 24 marzo 1819 all’età di 83 anni e sei mesi, «di Vecchiaja». Galletti è da considerare un protagonista a Torino di due modi stilistici, la «transizione» e il Neoclassico, un artista che ha assimilato la lezione parigina secondo una formula personale di notevole fascino. Le scritture relative alla sua produzione degli anni settanta rivelano arredi con i cassetti a profilo centinato, i piedi «a voluta» e altre sopravvivenze del Barocchetto, accanto ad altri con ornamenti già «alla foggia greca». Il nuovo stile è pienamente affermato dal 1780 in poi. Nell’arco di circa mezzo secolo si contano una novantina di arredi, destinati in gran numero ad Agliè, ai vari appartamenti dei duchi del Chiablese, a Palazzo Reale, a Venaria, a Moncalieri, a Rivoli. Vi si nota un sorprendente numero di inginocchiatoi (quattordici) e pregadio (sei), ma ci sono anche tavoli e tavolini, serre-papiers, scansie, cantoniere, cassette, giochi del tric-trac. Nell’elenco di lavori spuntano anche minuzie, come un tagliatartufi (8 lire nel 1798) e calamai di legno. Va ricordata una attività di restauro di Galletti su opere di Piffetti: il tavolino con la «Geografia dei fanciulli» ora in Palazzo Madama, il doppio corpo ora al Quirinale e il tabernacolo della Cappella Regia. 

Dopo Galletti, diventa Ebanista del Re il figlio Carlo. Alla morte di lui nel 1832, cessa la carica che era stata creata ad personam per Piffetti nel 1731. 

Roberto Antonetto 

 

1 Antonetto 2010, vol. I, pp. 258-263. 

2 Ibid., pp. 286-287. 

Fig. 2. Confronto dei sistemi decorativi delle scrivanie della Palazzina di Caccia di Stupinigi e della Collezione Cerruti.